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Cuba dopo la morte di Fidel Castro

HOLGUIN, CUBA - JULY 26:  Fidel Castro speaks during a political rally  July 26, 2006 in Holguin, Cuba on the day when Cuba celebrates the anniversary of Castro's attack on the Monacada barracks in 1953.  (Photo by Sven Creutzmann/Mambo Photography/Getty Images)

[Fidel Castro. Foto di Sven Creutzmann/Mambo Photography/Getty Images]

Fidel Castro, leader della rivoluzione comunista a Cuba, è morto alle ore 10.29 cubane di venerdì 25 novembre 2016.


A dare l’annuncio è stato suo fratello Raúl, presidente di Cuba al potere da quando nel 2006 Fidel ha lasciato gli incarichi politici per motivi di salute.


Con la morte di Fidel Castro si chiude simbolicamente un’era che in termini geopolitici sembrava – prima della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa – alle spalle: quella della contrapposizione tra l’isola comunista e gli Stati Uniti d’America.


Washington e L’Avana hanno intrapreso negli ultimi anni della presidenza Obama un processo di riavvicinamento – mediato da Papa Francesco – che ha portato nel luglio 2015 alla riapertura delle rispettive ambasciate.


La distensione verso gli Stati Uniti non entusiasmava Fidel, ma è conforme alla strategia da lui perseguita che per decenni ha fatto sì che Cuba non rimanesse troppo a lungo senza un patrono che finanziasse l’economia dell’isola.


L’Unione Sovietica e successivamente il Venezuela (al tempo di Hugo Chávez) hanno sussidiato L’Avana, permettendole di offrire ai cittadini uno Stato sociale per alcuni aspetti superiore alla media regionale e all’avanguardia – e garantendo la sopravvivenza dell’ultima dittatura dell’America Latina.


L’apertura ai capitali (e al capitalismo) dell’Occidente è incompleta sino a quando Washington non revocherà l’embargo; essa rischia inoltre di patire la linea anti-castrista di Trump e del Congresso Usa. Ma, se confermata, potrebbe permettere a Raúl Castro di mantenere in vita il regime fondato con il fratello.


Nata come ribellione al dittatore Fulgencio Batista (rovesciato il 1° gennaio 1959), la rivoluzione dei fratelli Castro e di Ernesto “Che” Guevara non aveva inizialmente un carattere anti-statunitense.


L’avvicinamento all’Unione Sovietica di uno Stato caraibico piccolo ma in posizione strategica (all’ingresso del Golfo del Messico e a meno di 150 kilometri dalla Florida), concretizzatosi nel 1960-61, fece della dittatura comunista di Cuba un’ossessione per gli Stati Uniti.


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Carta di Laura Canali


Dall’invasione della baia dei Porci nel 1961 all’embargo economico tuttora in vigore, Washington ha tentato con molti mezzi e senza esito di eliminare Fidel Castro, contribuendo a trasformare il suo regime in un emblema della resistenza all’imperialismo degli Usa.


Così, per gli Stati Uniti “evitare un’altra Cuba” – anche a costo di sostenere guerriglie e governi che poco o nulla avevano da invidiare a Castro quanto ad antidemocraticità – diveniva la priorità strategica e la lente attraverso cui guardare all’America Latina durante gli ultimi trent’anni della guerra fredda.


A sua volta, Cuba sosteneva governi e guerriglie ideologicamente affini in America Latina e Africa.


Il collasso dell’Unione Sovietica e la fine dei suoi sussidi aprivano una fase di difficoltà che sarebbe stata superata all’inizio del Ventunesimo secolo.


Nell’asse forgiato con Hugo Chávez, Castro offriva alla rivoluzione bolivariana inaugurata dal presidente del Venezuela il patrocinio ideologico e la consulenza degli apparati cubani militari e di intelligence. In cambio la sua isola riceveva – oltre a una rinnovata centralità geopolitica, imprevedibile a guerra fredda finita – petrolio a prezzi sussidiati.


Con il crollo dei prezzi dell’oro nero e la scomparsa di Chávez, nel marzo 2013, il Venezuela è entrato in una crisi economico-politica che ha reso sempre più fragile il suo sostegno a Cuba, nel frattempo passata da Fidel al fratello Raúl.


carta di Laura Canali

carta di Laura Canali in esclusiva per Limesonline


La Cina è un paese formalmente comunista ed è il secondo partner commerciale di L’Avana dopo Caracas. Ma Pechino non era in affinità ideologica con l’isola filosovietica durante la guerra fredda e non ha – ancora – espresso l’intenzione di sfruttare politicamente la sua influenza economica in America Latina. Un altro importante partner dell’isola, il Brasile, stava riducendo la propria proiezione internazionale negli anni di Dilma Rousseff (prima di cambiare orientamento geopolitico con la presidenza di Michel Temer).


In queste circostanze, per Cuba l’apertura verso gli Stati Uniti diventava praticamente inevitabile e aveva il beneficio collaterale di incentivare l’aumento degli investimenti degli altri paesi occidentali. Apertura facilitata dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente democratico, afro-americano e interessato a raggiungere accordi storici (come quello sul nucleare iraniano).


Sotto Raúl, l’isola ha intrapreso un lento percorso di riforma dell’economia che non dovrebbe intaccare le fondamenta politiche del sistema. A questo percorso si è affiancato il disgelo con gli Stati Uniti, che non ha comportato la rescissione del legame con il Venezuela. La scomparsa di una figura simbolica come quella del líder máximo – il cui funerale è previsto per domenica 4 dicembre – può avere delle conseguenze su ognuno di questi dossier.


In vita come in morte, per valutare l’impatto di Fidel Castro è necessario guardare oltre Cuba.


articolo in corso di aggiornamento. Presto su Limesonline pubblicheremo ulteriori analisi dell’impatto della morte di Fidel Castro. Di seguito qualche suggerimento dal nostro archivio:


Chávez-Castro l’antiamerica


Cuba dopo Cuba


Obama a Cuba: storico ma non risolutivo


Trump e l’America Latina

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